Il prete secondo Giovanni Crisostomo
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Notiamo qui la centralità del rapporto tra amore a Cristo e servizio e pascolo del gregge. Non che il Crisostomo disprezzi il digiuno, le veglie, il dormire a terra, ma tutto questo è dopo il servizio, il pascolo del gregge.
Il sacerdote, il pastore, poi deve saper curare e guarire le malattie del gregge. Tre cose rammenta l'autore: che le malattie tra le pecore sono segrete, cioè di solito nascoste e che bisogna che il pastore abbia l'occhio di scoprirle; che il pastore deve aver conto dell'atteggiamento del malato, e rispettarne la libertà, rammentandogli certamente le conseguenze. Lui, il pastore, può applicare rimedi, medicine, lenitivi, ma, aggiunge Giovanni Crisostomo: "Va bene la facoltà di legare, di interdire l'alimento, di bruciare e tagliare; ma la facoltà di accogliere il rimedio, risiede non in chi porge la medicina, sebbene nell'infermo stesso". Afferma che il pastore deve aver più la pazienza e la persuasione che non la forza: "Soprattutto poi ai cristiani non è permesso di correggere a forza gli errori dei colpevoli. Tali individui debbono essere corretti con la persuasione anziché con la violenza, sono necessari al pastore molto lavoro, molta fortezza e molta tolleranza". Il vescovo di Antiochia insisterà spesso su questa pedagogia necessaria al pastore e nel principio di libertà delle pecore più che dell'imporre; la disciplina deve essere un bisogno, non un peso.