In Francia da gennaio anche i genitori dei bambini nati morti dalla 22esima settimana possono usufruire del congedo per maternità (secondo una raccomandazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che riconosce la "viability", cioè la possibilità di vita, al bambino nato dalle 22 settimane di gestazione); e una recente sentenza della Corte di Cassazione d’oltralpe (vedi articolo qui sotto) decreta che i feti nati morti possano essere registrati all’anagrafe indipendentemente dal peso e, si noti, dalla durata della gestazione.
La sentenza segue la richiesta di tre famiglie che non volevano essere private della possibilità di piangere i piccoli deceduti prima di nascere ad un’età gestazionale tra 18 e 21 settimane. L’ex ministro della Sanità François Mattei, secondo l’agenzia Genethique, afferma che questo mette fine a un paradosso: «Le coppie vedono il figlio grazie all’ecografia, gli danno un nome, lo sentono muoversi, ma se muore è come se non fosse esistito».
Già: è importante, per l’elaborazione del lutto, poter costatare la realtà del corpo del defunto, anche di quello piccolissimo. È una decisione storica in un Paese che permette l’interruzione di gravidanza, ma dove non si dubita che la gravidanza interrotta provoca la morte di una persona, tanto da farla registrare all’anagrafe con un nome. E' Vita
La «scoperta» laica: anche il feto è una persona
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